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Home / Dossier / LOMBARDIA: LA NUOVA VANDEA / Addio dialogo tra laici e cattolici

ADDIO DIALOGO TRA LAICI E CATTOLICI

Un’analisi comparativa dei vescovi Martini e Tettamanzi durante la loro esperienza milanese: dalla dialettica Wojtyla-Martini al al vescovo bioeticista del tempo di Ratzinger.

 

FINE DEL DIALOGO TRA LAICI E CATTOLICI 

di Giuseppe Di Leo*

Cari amici della Associazione Luca Coscioni, mi chiedete un’analisi comparata sull’esperienza a Milano di Carlo Maria Martini e di Dionigi Tettamanzi di lunghezza non superiore ai cinquemila caratteri. Cosa non facile. Ci provo. Comincio con un’affermazione (quasi) lapalissiana: ci sono papi di transizione e papi che lasciano il segno. Anche fra i vescovi è così. 

Il cardinale Martini, a capo della diocesi ambrosiana per più di un ventennio, ha lasciato (nel bene e nel male) il segno. Dubito che per l’attuale arcivescovo di Milano possa dirsi lo stesso. Posso sbagliarmi, provo però a spiegare il perché. Quando Martini, dal rettorato del prestigioso Pontificio Istituto Biblico di Roma, arriva a Milano (è il 1979), la Lombardia è la capitale dell’organizzazione parrocchiale del cattolicesimo italiano, in cui l’Azione Cattolica conserva ancora un ruolo rilevante, nonostante la scossa della contestazione studentesca di quegli anni. Nei primi anni ottanta comincia ad andare in crisi la convinzione che la Democrazia Cristiana possa da sola esprimere le istanze del mondo cattolico e, di conseguenza, comincia ad essere ripensata in modo critico l’idea stessa di unità politica dei cattolici. Ciò non poteva non sortire effetti anche nel dibattito interno al mondo cattolico. Una certa vulgata ha insistito, un po’ rozzamente a mio avviso, sul dualismo tra Giovanni Paolo II e Martini, dimenticando che a volere il gesuita biblista a capo della diocesi più grande del mondo fu proprio Wojtyla in persona, suscitando le sorprese di tanti (e anche l’avversione di qualcuno). 

Però è vero che in un certo qual modo il confronto dialettico- ecclesiologico Wojtyla-Martini c’è stato per davvero, perché il Papa polacco avvertì la crisi del tradizionale associazionismo cattolico (espresso dall’Azione cattolica, appunto, e dal suo settore universitario, la Fuci) e volle subito porvi rimedio. Come? Lo rileva lo studioso Massimo Faggioli nella sua Breve storia dei movimenti cattolici (Carocci editore): “Una decisiva svolta nella politica vaticana e nel magistero papale sui movimenti si è avuta col pontificato di Giovanni Paolo II. Fin dai primi anni del pontificato si erano sviluppate le riflessioni sui movimenti da parte di Wojtyla”. Nello stesso tempo “la scelta religiosa” compiuta dalla presidenza di Azione Cattolica guidata da Alberto Monticone cerca di esorcizzare la crisi politica della Dc affinché l’emorragia di consensi democristiani non si riverberi anche sul numero degli associati di Azione Cattolica. Il tentativo fallirà, anche perché frattanto Wojtyla aveva sposato la linea di appoggio ai movimenti ecclesiali, in primo luogo a Comunione e Liberazione di don Luigi Giussani. Sembra una partita a scacchi. 

La contromossa di Martini è di aprire le porte del duomo di Milano agli atei, proponendo dialoghi fra cattolici e non credenti su temi di politica e di cultura. Non bisogna dimenticare che a Milano in quegli anni era ancora viva la tradizione degli studi patristici con Giuseppe Lazzati, in cui la chiave di lettura era costituita dalla “contaminatio” fra il pensiero dei Padri della Chiesa e la “romanitas” e la “barbaritas” del decadente impero romano. Lo stesso accadeva a Torino con il magistero del cardinale Michele Pellegrino, decano dei patrologi italiani. Insomma, Wojtyla e Martini sono stati i protagonisti del confronto tra laici e cattolici, ancorché gli strumenti di cui si servissero furono diversi (e talvolta divergenti). Dal biblista al teologo morale: il passaggio di consegne può essere il segno dei tempi. In questi anni infatti a farla da padroni sono i temi della bioetica, e a Tettamanzi sembrava che il Vaticano gli avesse ritagliato al momento giusto e al posto giusto il ruolo di protagonista. Dico sembrava perché non è stato proprio così. L’avvento al soglio di Pietro di Joseph Ratzinger ha cambiato i paradigmi del confronto: non più laici-cattolici bensì laici laicisti - laici non laicisti (o, se preferite, atei devoti). 

E ha spostato anche l’oggetto del confronto: dai temi sociali ai temi etici. In questo la Chiesa di Milano ha perso il ruolo di baricentro a favore della Conferenza episcopale italiana, soprattutto sotto la guida (intelligente) del cardinale Camillo Ruini. Con Ruini (e con Bagnasco) le posizioni del cattolico ciellino Roberto Formigoni che dialoga con i laici non-laicisti (o, se preferite, con gli atei-devoti) sono condivise dalle alte gerarchie vaticane più di certe sortite polemiche di Tettamanzi nei riguardi dei laici non-laicisti. Perché? Lo spiega con nitidezza proprio il cardinale Ruini nel libro Confini (Mondatori) che raccoglie la conversazione su varie tematiche fra il porporato e lo storico Ernesto Galli della Loggia: “Oggi, in generale, la piccola appartenenza è più sentita della grande, ma c’è anche un problema più specifico e più profondo, che è quello della soggettivizzazione della fede: di qui il primato della soggettività rispetto all’appartenenza ecclesiale. In particolare tra i credenti laici, questo atteggiamento è assai diffuso, sebbene vi siano parecchi laici che hanno un fortissimo senso di appartenenza ecclesiale, persino più dei sacerdoti. Anche fra il clero e i religiosi, infatti, ovviamente senza generalizzare, si denotano debolezze in merito”. 

 

*NOTE

Giuseppe Di Leo è vaticanista di Radio Radicale   


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