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CHUNIKAKA

di Carlo Buldrini*

Martedì 11 settembre 1906, a Johannesburg, in Sud Africa, era stata una giornata primaverile. Alle 5 di sera, il teatro cominciò a riempirsi. Il teatro si chiamava Empire Theatre of Varieties, ma tutti lo conoscevano come Teatro Ebraico. Alle 18, la platea e il loggione erano gremiti. Quasi tremila indiani aspettavano l’inizio dei lavori. Non si era mai vista a Johannesburg un’assemblea così. C’era molta eccitazione. Tutti sapevano che, quel giorno, si sarebbero prese delle decisioni importanti. Un vecchio musulmano, Abdul Gani, il presidente della Transvaal British Indian Association, faceva da moderatore. Le prime tre mozioni vennero approvate in fretta. La quarta, venne presentata da Sheth Haji Habib, anche lui un vecchio commerciante musulmano, da molti anni residente in Sud Africa. Sheth Haji Habib parlò con foga. Durante l’intervento aveva le mani che gli tremavano. Disse che, se un funzionario del governo si fosse presentato a casa sua per prendere le impronte digitali di sua moglie, lo avrebbe ucciso all’istante. Poi, lui stesso, si sarebbe tolto la vita. Il vecchio musulmano invitò tutti a giurare, «in nome di Dio», che non si sarebbero mai piegati ai dettami del Black Act. «Una legge infame» disse. Fu a quel punto che un indiano di media statura e vestito in modo ricercato, prese la parola. L’uomo aveva un viso rotondo, lo sguardo penetrante e due grandi orecchie a sventola. I capelli, impomatati, avevano la scriminatura a destra. I baffi, spioventi e poco curati, gli lasciavano scoperte le labbra molto pronunciate.

All’interno del teatro tutti conoscevano quell’uomo. Si chiamava Mohandas Karamchand Gandhi. Era un avvocato e molti lo consideravano ormai il vero leader della comunità indiana in Sud Africa. Mohandas K. Gandhi fece presente che, l’oratore che lo aveva preceduto, aveva chiesto a tutti di giurare «in nome di Dio». La cosa non poteva essere presa con leggerezza. Disse Gandhi: «Se, dopo aver giurato, non manterremo la nostra promessa, ci renderemo colpevoli di fronte a Dio e agli uomini. Invito dunque ognuno a scrutare a fondo il proprio cuore. Se la sua voce interiore lo assicurerà di avere la forza per mantenere la promessa che sta per fare, solo allora dovrà impegnarsi nel giuramento». E concluse: «Solo così il nostro voto potrà dare buoni frutti». Intervenne il moderatore dell’assemblea. Confermò la solennità di un impegno preso «in nome di Dio». Poi invitò tutti a giurare. Uno a uno, tutti i presenti si alzarono in piedi. Era il giuramento. Nasceva così il movimento che, di lì a poco, prenderà il nome di Satyagraha.

Il Black Act contro cui l’assemblea di Johannesburg si era pronunciata era la bozza dell’ordinanza che prevedeva la revisione della Legge sugli Asiatici. Era stata pubblicata il 22 agosto 1906 nella gazzetta ufficiale del governo del Transvaal. L’ordinanza imponeva, tra le altre cose, che tutti gli indiani, uomini, donne e bambini di età superiore agli 8 anni, si sottoponessero alla schedatura delle impronte digitali. Di tutte dieci le dita. Gandhi disse che un provvedimento del genere non era mai stato preso, contro uomini liberi, in nessuna altra parte del mondo. «Questa legge» commentò, «vuole minare le basi della nostra esistenza in Sud Africa». A dare il nome Satyagraha al movimento fu lo stesso Gandhi. Raccontò: «Maganlal Gandhi suggerì il termine Sadagraha che vuol dire Fermezza in una buona causa. La parola mi piacque, ma non esprimeva appieno quello che volevo comunicare. Modificai così il termine in Satyagraha. La Verità (satya) implica l’Amore. La Fermezza (agraha) è sinonimo di Forza. Satyagraha è dunque la Forza che nasce dalla Verità e dall’Amore (o Non violenza)».

Dopo 8 anni di lotte portate avanti con il metodo del Satyagraha, gli indiani del Sud Africa ottennero un parziale riconoscimento dei loro diritti. L’odiato Asiatic Registration Act venne in parte mitigato. La tassa di 3 sterline imposta agli ex lavoratori a contratto, venne abolita. I matrimoni effettuati secondo i riti indiani vennero riconosciuti. Una volta in possesso del certificato di residenza, gli indiani potevano muoversi liberamente in tutto il territorio dell’Unione Sudafricana. Gandhi decise così che il suo compito in Sud Africa era terminato. Il 18 luglio 1914, dopo 21 anni, «dolci e amari», trascorsi nel continente africano, Mohandas K. Gandhi lasciò definitivamente il Paese. In seguito commenterà: «In quegli anni capii quale fosse la vera vocazione della mia vita». A 45 anni, sentiva di avere ormai la forza, politica e spirituale, per poter combattere in patria l’imperialismo britannico.

Per ricordare i 100 anni da quell’assemblea all’Empire Theatre di Johannesburg, il partito del Congresso di Sonia Gandhi organizzò a New Delhi una grande conferenza sul Satyagraha. Il titolo della conferenza era: Pace, non-violenza e assunzione di potere. La filosofia gandhiana nel 21° secolo. Vi parteciparono tre Premi Nobel per la Pace (il polacco Lech Walesa, il sudafricano Desmond Tutu e il bangladeshi Mohammad Yunus), nonché i delegati di 122 organizzazioni gandhiane e i rappresentanti di 88 Paesi del mondo. Sonia Gandhi, il presidente del partito del Congresso, era al centro dell’attenzione. Indossava una elegante sari color ciclamino e, sulle labbra, aveva un rossetto dello stesso colore. Tenne il discorso d’apertura. «Con questa Conferenza,» disse «facciamo appello a tutti coloro che si ispirano agli ideali del Mahatma Gandhi, a unirsi in una grande Coalizione delle Coscienze capace di affrontare e risolvere le sfide del mondo di oggi». Il presidente del Congresso concluse il suo discorso con queste parole: «La domanda che ci dobbiamo porre non è se il Mahatma Gandhi sia ancora oggi rilevante per noi. Quello che ci dobbiamo chiedere è se noi siamo ancora una volta pronti ad abbracciare le sue idee. Non si tratta di fare ritorno al Mahatma Gandhi quanto invece di andare avanti con lui. La cosa non è così semplice. È molto più facile infatti fare di lui un’icona, piuttosto che seguire il suo esempio. Il Mahatma Gandhi non ci ha dato delle risposte definitive. Voleva che noi trovassimo le nostre. Voleva che anche noi facessimo i nostri esperimenti con la Verità. L’obiettivo che ci proponiamo con questa Conferenza è quello di dar vita a un grande movimento di massa capace di battersi per quella che è la vera essenza del Satyagraha: la pace, la non violenza e l’assunzione di potere da parte dei più deboli».

Durante i due giorni della conferenza, l’intervento più interessante fu quello di Gene Sharp, professore emerito di scienze politiche all’Università del Massachussets, a Dartmouth. Disse il prof. Sharp: «Gandhi non accettò mai di piegarsi di fronte all’oppressione. Ma, per combatterla, rifiutò sia la violenza che la semplice obiezione di coscienza. Diede così un contributo decisivo a quella che Krishnalal Shridharani chiamò la Guerra senza violenza. La risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la mediazione, il compromesso è utile quando ci si trova di fronte a problemi di secondaria importanza. Ma Gandhi ci ha insegnato che, quando esistono problemi che hanno a che fare con i diritti umani, la libertà e la giustizia, allora il compromesso non è più possibile. In questi casi gli oppressi, con il Satyagraha, e cioè con la lotta non violenta, devono liberarsi delle proprie catene». Al Satyagraha di Gandhi si ispirarono in tanti: Badshah Khan, detto il Gandhi della Frontiera, Martin Luther King, Nelson Mandela. Ma c’era ancora qualcuno, oggi, capace di portare avanti le proprie lotte con i metodi gandhiani?

Tornato in India, Gandhi decise di fondare un ashram sulla falsariga dei due a cui aveva dato vita in Sud Africa: la Fattoria di Phoenix e la Tolstoi Farm. Scelse di stabilirsi ad Ahmedabad, nello stato indiano del Gujarat, a 460 chilometri da Porbandar, la cittadina sulla costa del Mare Arabico che gli aveva dato i natali. Avrebbe potuto così «servire il Paese» usando la lingua gujarati, la sua lingua madre. L’avvocato Jivanlal Desai mise a disposizione di Gandhi e dei suoi 25 seguaci di allora un elegante bungalow nel villaggio di Kocharab, poco distante dalla città. L’ashram venne inaugurato il 25 maggio 1915. Gandhi lo chiamò Satyagraha Ashram perché, disse: «volevo far conoscere il metodo sperimentato in Sud Africa e verificare se, in India, ci fossero le condizioni per riproporlo». La vita nell’ashram trascorreva tranquilla quando, un giorno, nel villaggio di Kocharab scoppiò un’epidemia di peste nera. Gandhi decise allora di abbandonare quel luogo. Si trasferì a nord di Ahmedabad, sulla riva destra del fiume Sabarmati. Fondò un nuovo ashram che verrà conosciuto come Sabarmati Ashram.

Il fiume Sabarmati divide in due Ahmedabad. La città vecchia è situata a Oriente. L’ashram di Gandhi si trova invece sull’altra sponda del fiume. Con un ricsciò a motore mi tuffai nel traffico cittadino. Il guidatore dello scooter attraversò il Nehru Bridge, imboccò Ashram Road e si diresse a tutta velocità verso il nord della città. Il Sabarmati Ashram venne inaugurato da Gandhi il 17 giugno 1917. Il numero dei suoi seguaci era salito a 40. Nei primi tempi, vivevano tutti accampati in una piccola tendopoli, malgrado il luogo fosse infestato dai serpenti. Quando lo visitai, all’ingresso del parco dell’ashram, erano ancora elencati, in lingua inglese, gli obblighi che gli ashramiti erano tenuti a rispettare: «Truth, Non-violence or Love, Chastity (Brahmacharia), Control of the Palate, Non-stealing, Non-possession or Poverty, Swadeshi, Fearlessness, Removal of Untouchability, Equality of Religions, Physical Labour». Un vialetto pavimentato con lastre di pietra rossa era tenuto pulito da giardinieri e spazzini. Si faceva largo a fatica tra gli alberi di neem e di ashoka. Sulla sinistra, si trovavano i nuovi padiglioni dell’ashram. Erano stati progettati, alla fine degli anni Cinquanta, dall’architetto indiano Charles Correa. I padiglioni ospitavano una biblioteca, un museo, una mostra fotografica, una galleria di dipinti e una libreria. Proseguendo lungo il piccolo viale, sulla sommità di una montagnola artificiale, era stata collocata una statua in bronzo di Gandhi. Il Mahatma se ne stava seduto, avvolto in un ampio mantello. Sembrava sorridere e teneva il capo leggermente reclinato in avanti. Forse stava meditando. O forse si godeva i raggi di un sole invernale, ormai alto sopra il fiume Sabarmati. Tre cuccioli di cane giocavano ai suoi piedi. Una pianta di oleandro era fiorita e le buganvillee avevano fiori color rosso granata.

Al termine del vialetto c’era il Hridaykunj, il cuore (hriday) dell’intero ashram. Gandhi visse in questo semplice edificio dal 1919 al 1930. La facciata della costruzione correva parallela al fiume. Quattro esili pilastri di legno, a intervalli irregolari, sostenevano altrettante capriate su cui poggiava un tetto rivestito di coppi in laterizio. A destra c’era una spaziosa veranda. A sinistra, la Gandiji Room, la stanza di Gandhi. Il pavimento era fatto con lastre di pietra color verde acqua. La camera era spoglia. In un angolo c’era una stuoia con sopra un piccolo materasso bianco e un cuscino dello stesso colore. Accanto al materasso, erano raggruppati quattro oggetti di legno scuro: uno scrittoio con i bordi rialzati, un leggìo, il charka (l’arcolaio) e il bastone con cui Gandhi si aiutava a camminare. Al blocco frontale dell’edificio erano uniti altri due bracci, separati tra loro da un cortiletto interno. Nel braccio di sinistra c’era la stanza di Kasturba, la moglie di Gandhi, e quella degli ospiti. In quello di destra, un’ampia cucina e una latrina. Appeso a una parete esterna della costruzione c’era un cartello. Vi si leggeva:«Non voglio che la mia casa sia murata da ogni lato e le mie finestre siano tappate. Voglio che le culture di tutto il mondo entrino liberamente a casa mia. Ma non accetterò mai che qualcuno cerchi di buttarmi fuori casa. Mahatma Gandhi». Sembravano le indicazioni di Gandhi, agli indiani di oggi, su come affrontare un’epoca segnata dalla globalizzazione.

Di fronte al Hridaykunj c’era il Vinoba-Mira Kutir. Dal 1918 al 1921, Vinoba Bhave, definito da Gandhi il satyagrahi modello, visse in questo minuscolo edificio di sole due stanze. Dal 1925 al 1933 vi abitò invece una giovane donna inglese, Madeline Slade, una discepola di Gandhi a cui il Mahatma diede il nome di Mira. Il lato meridionale dell’ashram era chiuso da due edifici. Il primo, a ridosso del fiume, era chiamato Nandini. Era una sorta di guesthouse in cui abitarono, per brevi periodi, Jawaharlal Nehru, Rajendra Prasad, Badshah Khan, Rajaji e Tagore. Il secondo edificio era l’Udyog Mandir, il Tempio dell’Industria. Qui veniva promossa la fabbricazione della khadi, una stoffa di cotone (ma anche di lana o di seta) filata e tessuta a mano. Gandhi riteneva che l’industria della khadi avrebbe potuto dare lavoro a migliaia di persone. La promozione di questa attività portava con sé il messaggio di boicottare i tessuti stranieri. La khadi diventò così il simbolo della stessa indipendenza dell’India. Ma il luogo più suggestivo di tutto l’ashram non era la casa dove aveva vissuto Gandhi. Era invece uno spiazzo quadrato, coperto di sabbia, di una decina di metri per lato. Veniva chiamato Parthana Bhoomi, il Luogo della Preghiera. Su quella sabbia, all’alba e al tramonto, Gandhi e i suoi ashramiti si riunivano per pregare. Prima di prendere qualsiasi decisione importante, il Mahatma si recava nella Parthana Bhoomi per raccogliersi in meditazione e in preghiera. La fede scandiva ogni momento della vita dell’ashram. Diceva Gandhi: «Senza religione un Paese non può progredire».

Una ripida scalinata conduceva alla riva del fiume. Di fronte alla gradinata, all’ombra di una fila di alberi di neem, c’erano delle panchine di cemento. Nel tardo pomeriggio mi sedevo in quel luogo per leggere due libri di Gandhi, comprati per poche rupie nella libreria dell’ashram. I libri erano Satyagraha in South Africa e Hind Swaraj. Al tramonto, la luce del sole dava alle foglie degli alberi dei riflessi dorati. A quell’ora, centinaia di uccelli si radunavano sui rami per il concerto serale. Il rumore sordo del traffico e il suono tagliente dei clacson arrivava fin dentro al recinto dell’ashram. Eppure, concentrandosi un po’, sembrava di poter sentire ancora la voce ferma e pacata del Mahatma. Fu in quell’ashram che, nei primi giorni del 1930, Gandhi chiese agli indiani di festeggiare l’imminente 26 gennaio come giorno dell’indipendenza. E fu sul basso scrittoio di legno della sua stanza nel Hridaykunj che Gandhi scrisse il testo di un manifesto divenuto famoso: «Crediamo che il popolo indiano, così come ogni altro popolo del mondo, abbia il diritto inalienabile di essere libero e di godere dei frutti del proprio lavoro. Se un qualsiasi governo priva un popolo di questo diritto e lo opprime, crediamo che quello stesso popolo abbia tutti i diritti di cambiarlo o abolirlo. Il governo britannico dell’India ha privato il popolo indiano della sua libertà; si fonda sullo sfruttamento della gente; ha rovinato il Paese dal punto di vista economico, politico, culturale e spirituale. Crediamo perciò che l’India debba recidere ogni legame con l’Inghilterra e conquistare il Purna Swaraj e cioè la completa indipendenza». (23 gennaio 1930).

All’inizio di marzo di quello stesso anno, dopo una lunga meditazione fatta nella Parthana Bhoomi, Gandhi disse di aver ascoltato a lungo la propria «voce interiore». Aveva preso così una decisione: avrebbe chiesto agli indiani di scrollarsi di dosso il peso dell’odiosa tassa sul sale imposta dagli inglesi. Avrebbe lanciato il Namak Satyagraha, il Satyagraha del Sale. La sera dell’11 marzo c’era un gran folla attorno alla Parthana Bhoomi, il luogo della preghiera: seguaci, curiosi, giornalisti stranieri. Gandhi, seduto sulla sabbia, annunciò: «Questo sarà il mio ultimo discorso tenuto sulle sacre sponde della Sabarmati». Disse che il giorno seguente avrebbe lasciato l’ashram e non vi avrebbe fatto più ritorno «fino a quando l’India non avrà ottenuto l’indipendenza». La mattina del 12 marzo 1930, si mise in marcia, accompagnato da 78 satyagrahi. Si accingeva a percorrere a piedi i 380 chilometri che separano Ahmedabad dal piccolo villaggio di Dandi, sulla riva del Mare Arabico. Lungo il percorso della Marcia del Sale, centinaia di migliaia di persone fecero da ala al passaggio di Gandhi e dei suoi satyagrahi. Il 5 aprile raggiunsero il villaggio di Dandi. I satyagrahi erano diventati alcune migliaia. Gandhi comunicò ai giornalisti presenti che, con quell’azione, intendeva chiedere la solidarietà del mondo intero per quella che, a suo avviso, era «la battaglia del diritto contro la forza». All’alba del 6 aprile, assieme a un gruppo di seguaci, il Mahatma fece un bagno purificatore nel mare. Si diresse poi in un luogo vicino, dove il sale si era depositato in spessi strati biancastri. Si chinò e ne raccolse una manciata. Era il segnale. Invitò tutta l’India a fare altrettanto. «La strada è per noi segnata» disse. «Che ogni villaggio produca e raccolga il sale di contrabbando». La sfida all’Impero era stata lanciata.

* * *

La presenza di Gandhi nel Sabarmati Ashram era molto forte. Tutto in quel luogo parlava di lui. Ma la mia domanda iniziale era rimasta senza risposta: dove erano, oggi, i suoi satyagrahi? Sonia era una giovane artista italiana. Da molti mesi lavorava nell’ashram. Mi parlò di Chunikaka. «Dovresti incontrarlo» mi disse. Chunikaka abitava in un quartiere di intoccabili (gli Harijan del Mahatma Gandhi) proprio di fronte al Sabarmati Ashram. L’appuntamento era alle 6 di sera. A quell’ora, Chunikaka si sarebbe recato in un villaggio a 80 chilometri da Ahmedabad. Durante il viaggio avrei potuto parlare con lui. Arrivai all’appuntamento con qualche minuto di anticipo. In una minuscola stanza, Chunikaka se ne stava seduto a gambe incrociate su un letto coperto con un materasso di crine. Accanto a sé aveva un asse di legno che gli faceva da scrittoio. Alle sue spalle, appesa alla parete, c’era una fotografia in bianco e nero. Riconobbi subito il volto pensieroso di Jayaprakash Narayan. Chunikaka (Zio Chuni) era un vecchio quasi completamente calvo. Solo pochi capelli bianchi gli cingevano la nuca. Aveva un collo da tartaruga, raggrinzito dal sole e dall’età. Mi guardò da dietro le lenti spesse degli occhiali. La jeep era pronta e Chunikaka scese dal letto. Era di media statura e molto magro. Vestiva con un lungo kurta bianco e una dhoti che gli fasciava le gambe.

Prima di partire mi regalò un suo piccolo libro. Lo aveva scritto nel 1998, quando il Bharatiya Janata Party era al potere a New Delhi. Nel libretto Chunikaka criticava una pièce teatrale intitolata Mee Nathuram Godse Boltoy, (Io, Nathuram Godse, parlo). Pradeep Dalvi, l’autore della commedia, accusava Gandhi di insensibilità nei confronti di milioni di rifugiati hindu che, dopo la Spartizione, erano stati costretti a lasciare il Pakistan. Chunikaka, nel suo libro, puntava il dito contro chi cercava di giustificare l’assassinio del Mahatma che, scriveva, «non appartiene solo al Gujarat e all’India, ma all’intera umanità». Zio Chuni prese con sé una cuffia di lana e uno scialle di khadi, s’infilò la dentiera e salì nella jeep che ci stava aspettando con il motore acceso.

Il villaggio verso cui eravamo diretti si chiamava Hadiyol. Distava 80 chilometri da Ahmedabad e aveva circa 3000 abitanti. Nella jeep mi sedetti vicino a Chunikaka e gli chiesi di raccontarmi la storia della sua vita. Il suo vero nome era Chunibhai Vaidya. Era nato nel 1917. Aveva dunque 90 anni. In gioventù incontrò tre volte il Mahatma Gandhi. Ne rimase folgorato. Abbandonò gli studi e, durante il Quit India Movement, si impegnò a fondo nella lotta contro il British Raj. Dopo il 1947, entrò nel Movimento Sarvodaya di Vinoba Bhave. Il movimento si proponeva di promuovere gli ideali gandhiani nell’India indipendente. Su indicazione di Vinoba, Chunikaka rimase in Assam 12 anni. Tornato in Gujarat, divenne il direttore di Bhoomiputra, un periodico in lingua gujarati. Quando, nel giugno 1975, Indira Gandhi proclamò l’Emergenza, le strade di Vinoba Bhave e di Chunikaka si divisero. Vinoba giustificò l’Emergenza. La definì Anushasana Parva, il Tempo della Disciplina. Chunikaka, invece, vi si oppose. Si avvicinò così alla Sampurna Kranti (la Rivoluzione Totale), un programma di radicale trasformazione della società ideato da Jayaprakash Narayan, anche lui un vecchio discepolo di Gandhi. Durante l’Emergenza, Chunikaka rifiutò di sottoporre Bhoomiputra, la rivista che dirigeva, alla censura preventiva imposta da Indira Gandhi. Finì in carcere. Dopo 7 mesi, quando ne uscì, fece ricorso in tribunale. Vinse la causa. La rivista, malgrado venisse pubblicata in lingua gujarati, divenne famosa in tutta l’India. «Bhoomiputra usciva il giorno 6, 16 e 26 di ogni mese» mi disse Chunikaka. «Durante l’Emergenza la tiratura passò da 2000 copie a 30.000».

L’elenco delle lotte portate avanti da Chunikaka alla testa della Gujarat Lok Samiti era interminabile. L’assegnazione di terre coltivabili ai braccianti agricoli, la corretta amministrazione delle acque, lo sviluppo sostenibile, il secolarismo, erano i suoi principali campi di azione. Nel febbraio 2002, nei giorni drammatici del pogrom anti-musulmano messo in atto dagli hindu appartenenti al Sangh Parivar, Chunikaka fu il primo a scendere in strada ad Ahmedabad per chiedere la pace tra le due comunità. La Gujarat Lok Samiti s’impegnò poi nella riabilitazione di 230 famiglie musulmane che, durante i riot, avevano perso ogni cosa. Nel maggio 2006, Chunikaka diede vita al Jameen Bachao Andolan con cui si oppose alla decisione del governo del Gujarat di concedere in affitto 800 ettari di terre incolte ad alcuni gruppi industriali. L’affitto era simbolico: 150 rupie all’anno per ettaro, per 20 anni. Chunikaka si batté perché quei terreni venissero invece distribuiti ai contadini che ne erano privi.

Dal finestrino della jeep vedevo scorrere le verdi campagne del Gujarat. Campi coltivati. Case in muratura. Trattori. C’era benessere. «Il Gujarat non è tutto così» mi avvertì Chunikaka. Costeggiammo un lungo canale costruito da poco. «È il canale della Narmada» mi disse il vecchio gandhiano. Ne approfittai per chiedergli cosa pensasse della famosa diga. La risposta non fu affatto scontata. «Ho costituito un’organizzazione non governativa a sostegno della diga» mi disse. «A questo proposito, sono stato anche ricevuto dal presidente della repubblica indiana. La diga è assolutamente necessaria. Questo progetto risale agli anni Sessanta. La Narmada Sagar Dam, la famosa diga, è solo una parte del Sadar Sarovar Project. Quest’ultimo prevede 30 grandi dighe, 155 medie e 3000 piccole. L’intero progetto allagherà solo 37.000 ettari di terreno. In compenso ne irrigherà 1.800.000. Darà anche acqua potabile a 135 città e 8000 villaggi». Era sorprendente vedere un novantenne sciorinare a memoria quelle cifre con tanta sicurezza. «Molti di coloro che si oppongono alla diga,» continuò Chunikaka con la voce un po’ alterata «non sanno di cosa parlano. Non conoscono l’assoluto bisogno di acqua che c’è in tanta parte dell’India occidentale. L’acqua trasportata dalla Narmada equivale a quella dei fiumi Ravi, Sutlej e Beas messi assieme. Gran parte di quell’acqua finisce in mare inutilizzata. Nel nord del Gujarat e nella regione del Saurashtra, così come nel Barner in Rajasthan, i contadini sono costretti a bere acqua contaminata e i loro campi non sono coltivabili a causa della siccità. La diga, per loro, è l’unica speranza di vita».

Quella sera, nel villaggio di Hadiyol, Chunikaka avrebbe parlato contro la proposta di Narendra Modi, il capo del governo del Gujarat, di liberalizzare la vendita degli alcolici. Arrivammo poco prima delle 20. Più di 1000 persone aspettavano l’arrivo di Chunikaka, sedute su delle stuoie di paglia, in un grande spiazzo di terra battuta al centro del villaggio. Moltissime erano le donne e le ragazze presenti. Un letto di corda faceva da palco per l’oratore. Chunikaka mi chiese di sedergli accanto. Di fronte al letto c’era un basso tavolino con un vaso di fiori e un microfono sorretto da una lunga asta di metallo. In segno di benvenuto, due ragazze ci segnarono la fronte con la polvere color rosso vermiglio e ci misero al collo una collana fatta con una matassa di cotone a cui era stata appesa una rosa profumata. Una donna, accompagnandosi con un armonium, cantò alcuni bhajan, le canzoni religiose. Chunikaka, con la cuffia di lana in testa e lo scialle sulle spalle, si alzò in piedi e cominciò a parlare. Era un oratore straordinario. Nel buio della notte, centinaia di occhi lo guardavano rapiti. Il vecchio gandhiano disse che sarebbero state le donne le prime vittime della liberalizzazione della vendita degli alcolici. Si scagliò contro le scelte economiche di Narendra Modi. Lo definì «nemico dei poveri e dei contadini». Parlò contro le multinazionali che cercano di ottenere il monopolio delle sementi agricole. «Il loro grano si chiama Terminator» disse con ironia. Spiegò che si trattava di un grano geneticamente modificato e reso sterile: « Una volta raccolto, non è più possibile seminarlo. Così, bisogna comprare di nuovo le sementi dalle stesse multinazionali…». Raccontò poi un aneddoto, divertente e inventato, dell’invito a cena fatto a Nehru e ai suoi ministri, da parte della Regina d’Inghilterra. Con una formula magica Nehru fece restituire al suo ministro il cucchiaino d’argento che aveva cercato di rubare. «Con la stessa formula magica,» disse Chunikaka «oggi, nelle grandi città, possiamo materializzare qualsiasi cosa noi desideriamo. Per esempio, ad Ahmedabad, chiunque può comprare 10, 100, 1000 litri di latte. Eppure, in quella città, i bufali non ci sono. Voi, invece, avete i bufali ma la mattina vendete tutto il vostro latte. E così, se qualcuno vi viene a far visita nel pomeriggio, non siete più in grado di offrirgli neppure una tazza di tè. Bisogna arrestare questa corsa al consumismo che vi costringe a trasformare tutto in denaro contante. Ogni famiglia del villaggio deve cercare di conservare il più possibile quello che produce. Nelle campagne è importante avere sempre almeno due anni di autosufficienza garantita». Con parole semplici Chunikaka riproponeva agli abitanti di Hadiyol il concetto gandhiano del Gram Swaraj, l’autogestione e l’autonomia del villaggio. «Gandhiji ki jay», «Evviva il Mahatma Gandhi» disse Chunikaka al termine del suo discorso. «Gandhiji ki jay» gli rispose l’intero villaggio.

Era tardi. Risalimmo nella jeep per far ritorno ad Ahmedabad. Quando arrivammo era quasi mezzanotte. Di fronte al mio albergo, sul marciapiede maleodorante di Nagpur Road, abbracciai Chunikaka. Lo ringraziai. Gli dissi che, per un momento, mentre lo ascoltavo parlare agli abitanti del villaggio nella stessa lingua di Gandhi, mi era sembrato di vedere il Mahatma tornato in vita. Chunikaka si schernì. «Nei suoi confronti sono più piccolo di un granello di sabbia» mi disse. E aggiunse: «In fondo, quello che faccio è molto semplice: là dove c’è oppressione, io oppongo resistenza». Ed è esattamente quello che Gandhi faceva con il suo Satyagraha. 

 

*NOTE

CARLO BULDRINI ha vissuto in India più di trent’anni. Ha scritto per varie testate italiane e indiane ed è stato addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi. Nell’anno accademico 2001-2002 ha insegnato presso la Jamia Millia Islamia, l’università islamica di Delhi. È autore di In India e dintorni (1999) e, con le Edizioni Lindau, ha pubblicato Lontano dal Tibet. Storie da una nazione in esilio (2006).


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