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IL TIBET DIMENTICATO

di Carlo Buldrini*

Palden Gyatso è un vecchio monaco tibetano. Ha trascorso 33 anni nelle carceri del Tibet. Di lui il Dalai Lama ha detto: «La sua è una delle più straordinarie storie di sofferenza e di resistenza». Ho intervistato tempo fa Palden Gyatso a McLeod Ganj, una piccola cittadina nello stato indiano dell’Himachal Pradesh dove, dal 1992, il vecchio monaco vive in esilio.

Durante l’intervista feci notare a Palden Gyatso come oggi, tutti i Paesi occidentali guardino alla Cina come a una «grande opportunità» per fare affari. «Nessuno sembra più voler ricordare il dramma tibetano» gli dissi. Il vecchio monaco ci pensò un po’ sopra e mi rispose: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet esiste un’espressione che dice: “Porgere i soldi sulla punta del coltello”. È quello che sta avvenendo in questi giorni. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica».

Ho ripensato alle parole di Palden Gyatso quando una delegazione italiana guidata da Romano Prodi e da Luca di Montezemolo, il presidente della Confindustria, ha iniziato la sua missione nella Repubblica popolare cinese. «Si tratta della più importante delegazione italiana mai andata in Cina» ha annunciato trionfalmente il presidente del consiglio nel corso di una conferenza stampa. Per sei giorni, a Nanchino, Canton, Tianjin, Shanghai e Pechino, Cina e Italia parleranno di affari e di politica. Ma la tragedia tibetana resterà rigorosamente fuori dalla porta. Da anni ormai, la diplomazia italiana continua a ripetere che la questione tibetana non può essere sollevata in una sede istituzionale in quanto costituirebbe una «ingerenza negli affari interni della Cina». Ma tutti sanno che non è così. Quando, il 7 ottobre 1950, l’Esercito popolare di liberazione di Mao Zedong iniziò l’occupazione militare del Tibet, il Paese era una «nazione indipendente». A stabilirlo fu anche la Commissione internazionale dei Giuristi riunita a Ginevra nel 1960. Non solo, in quattro Assemblee generali delle Nazioni Unite (1959, 1960, 1961 e 1965), il Tibet venne definito una «nazione indipendente illegalmente occupata dalla Cina». E, nel 1961, la stessa Assemblea generale dell’Onu adottò la risoluzione n°. 1723 con cui si riconosceva al Tibet il «diritto all’autodeterminazione».

La colonizzazione cinese del Tibet è avvenuta in tre fasi: 1. La fase della collettivizzazione, iniziata subito dopo l’occupazione militare del Paese (1950); 2. La fase della Rivoluzione Culturale in cui si tentò di attuare la completa sinizzazione del Tibet (1966-1976); 3. L’aggressione demografica, iniziata con Deng Xiaoping e che dura tuttora (e di cui la ferrovia Golmud-Lhasa, recentemente inaugurata, costituirà un importante strumento strategico). Il processo che sta portando al genocidio culturale del “Paese delle nevi” sembra ormai inarrestabile. La popolazione del Tibet (e ci si riferisce qui al Tibet etnico che comprendeva le tradizionali regioni tibetane dell’U-tsang, Kham e Amdo), è ormai a maggioranza cinese. La popolazione tibetana sta scomparendo per «diluizione». La situazione è drammatica. Ma il ministro Emma Bonino sembra non volersene accorgere e, alla vigilia della sua partenza per Pechino, in un’intervista al Corriere della Sera ha detto: «Per i diritti umani in Cina ci vuole tempo». Purtroppo, la sopravvivenza del Tibet, con la sua straordinaria cultura e il suo messaggio di pace e non violenza, non sembra poter aspettare i “tempi lunghi” della signora Bonino.

Ma non c’è solo il Tibet. Pochi giorni fa, il primo ministro cinese Wen Jiabao ha affermato che la priorità nella Cina di oggi è quella di arricchirsi. La libertà può aspettare. «La democrazia viene dopo la corsa alla ricchezza», ha detto il primo ministro della Repubblica popolare cinese. I comunisti cinesi dicono che il Paese non può permettersi la democrazia in quanto, al suo interno, esistono ancora forti disparità sociali. Fingono di non capire che è proprio a causa dell’assenza delle libertà fondamentali (a partire da quella di costituire dei liberi sindacati) che nella Cina del “boom” di oggi si può osservare una così iniqua distribuzione della ricchezza.

Con queste premesse e queste gravi omissioni da entrambe le parti, la folta delegazione italiana in visita in Cina non sembra destinata a ottenere significativi risultati nel campo dei diritti umani.

 

*NOTE

CARLO BULDRINI ha vissuto in India più di trent’anni. Ha scritto per varie testate italiane e indiane ed è stato addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi. Nell’anno accademico 2001-2002 ha insegnato presso la Jamia Millia Islamia, l’università islamica di Delhi. È autore di In India e dintorni (1999) e, con le Edizioni Lindau, ha pubblicato Lontano dal Tibet. Storie da una nazione in esilio (2006).


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