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LE DIFFERENZE

LE DIFFERENZE NELLA MENTALITA', CULTURA, COSTUME

di Franco Maggiotto

Le differenze di pensiero e di dottrina, e quelle che si possono constatare quando si entra nelle rispettive chiese, non sono però tutto. Altre ve ne sono, più sottili e impalpabili, difficili da definire con precisione, che sono tuttavia importanti per accertare ciò che è «cattolico», o che è sentito come cattolico, e ciò che è «protestante». Vi sono cose che un cattolico considera normali e ovvie, e che perciò non mette in discussione, e che un protestante ha invece difficoltà a comprendere e ad accettare. E viceversa.

Si tratta di una diversa mentalità e cultura, quasi di una differente visione del mondo, della società, della morale. E’ una diversità di clima spirituale, che si è formata come un sedimento storico e come frutto di un'educazione e di una mentalità che nascono dal prevalere, nella società, nella cultura e nella politica, dell'una o dell'altra confessione religiosa: quelli che fino a non molti decenni fa venivano definiti paesi «cattolici» e paesi «protestanti».

Tali differenze hanno raramente radici essenziali nel dogma o nella morale; eppure esistono e pesano, tanto che è possibile anche oggi opporre in molti casi una cultura o mentalità «cattolica» a una cultura o mentalità «Protestante». Si tratta di differenze importanti, che si conservano come per eredità anche nelle popolazioni secolarizzate, che non possono più dirsi in senso stretto «cattoliche» o «protestanti». Un'eredità negativa, quando gli aggettivi «cattolico» e «protestante» servono ad opporre due gruppi sociali in lotta, come avviene in Irlanda; o un'eredità positiva, quando una mentalità protestante si prolunga in un forte senso dello Stato e della responsabilità pubblica.

Ecco alcuni tratti caratteristici di queste differenze di mentalità e di cultura.

1. L'abitudine alla libertà di coscienza, alla libera scelta personale, all'esercizio della responsabilità individuale. Per il protestante il cristiano è, prima di tutto, un essere libero e responsabile: è maggiorenne e può e deve decidere da solo, nelle questioni politiche e culturali, e in quelle relative alle espressioni della fede. Non si tratta qui, come hanno equivocato gli interpreti illuministi del protestantesimo (e lo slogan viene ripetuto fino alla noia) di un «libero esame» soggettivo, di un «essere papi di se stessi». Il protestante vive nel contesto della sua comunità di fede, dove ascolta e parla in piena libertà, non è un individualista. Ma sa che per ogni decisione l'ultima istanza è la sua coscienza, illuminata dalla parola di Dio. Senza dubbio, un simile appello alla libertà è presente anche in casa cattolica, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II; ma non sembra essere ancora entrato nel cuore stesso della vita del cristiano cattolico. D'altra parte il protestante non conosce la prassi del confessionale e della direzione spirituale, né accetta dalla chiesa precetti e prescrizioni su quel che è lecito o illecito. Non esiste un «magistero» protestante, né in teoria, né nella pratica quotidiana: l'opinione si forma nel confronto e nel dibattito all'interno della comunità cristiana, che è luogo di riflessione e di consultazione sul piano locale, e nei sinodi o assemblee su un piano più generale. Questo orientamento, che si traduce anche sul piano dell'educazione e della formazione dei giovani, impedisce che si crei una mentalità di dipendenza: anche in materia politica e sociale. Come si vede, qui vi è una differenza importante, che incide sul costume politico e sociale e sulla vita quotidiana.

2. La libertà nella chiesa e il modo di celebrare il culto. Tale libertà di fondo si esprime nella vita stessa della chiesa protestante. Si esprime sul piano -organizzativo, dove la chiesa è retta da strutture che si possono legittimamente definire «democratiche»: il termine può essere usato, anche perché storicamente molte delle moderne istituzioni democratiche statali sono nate trasferendo sul piano politico istituti e comportamenti che erano stati già sperimentati all'interno delle chiese riformate. Anche il modo di celebrare e di vivere il culto risente di questo orientamento, per l'assenza di sacerdoti che abbiano, sulla comunità, un potere istituzionale e sacrale. I pastori, come si è detto, non sono sacerdoti e il loro compito di predicare e di amministrare i sacramenti sono svolti anche da non pastori. Di conseguenza, i protestanti hanno difficoltà a comprendere lo spirito di sottomissione e obbedienza che caratterizza il mondo cattolico, dove è difficile manifestare il proprio dissenso anche quando sia profondamente motivato da ragioni di fede. E ritengono che questo porti a creare una mentalità di sudditi, e non di cittadini: nella chiesa, e in politica.

3. Il rifiuto di una spiritualità del «merito» e del valore positivo, quasi mistico, che viene dato talvolta alla sofferenza in sé, che viene non si sa come «offerta»: a chi e come? Qui sembra di essere agli antipodi della spiritualità biblica, che spinge invece a lottare contro il male, per la guarigione, o ad accettarlo come una verifica, una «prova», del nostro rapporto con Dio. La spiritualità della sofferenza tende invece a concentrarsi sul valore della prestazione umana in sé, o su atti di rinuncia volontaria, che vengono considerati «meritori». La visione protestante è opposta: essa si fonda sul messaggio evangelico della giustificazione dell'uomo mediante l'opera di salvezza che Gesù ha compiuto una volta per tutte, e che si riceve solo attraverso la fede: senza le opere della legge. La dimensione umana viene allora ad essere relativizzata e quasi schiacciata dalla grazia, e tutto quello che l'uomo può fare, tutte le sue buone opere, hanno un peso molto relativo, non contano più nulla. Ne consegue che la spiritualità cattolica è in linea di principio abbastanza diversa da quella protestante. Le posizioni si stanno Ravvicinando: ma sono ancora distanti.

4. Un diverso atteggiamento davanti alla vita. Di fronte al male, all'errore, al peccato, il protestante è posto dinanzi alla legge di Dio e riconosce di essere, personalmente, un trasgressore, un «peccatore». Ma nel medesimo momento riceve l'annuncio della grazia e del perdono, che lo libera e fa di lui una «nuova creatura» determinando le condizioni perché possa operare in modo fedele e liberato. Di fronte alle scelte morali non vi è quindi posto per forme di patteggiamento, o di mediazione o di adattamento fra un comandamento, che si vuole assoluto, e la concreta situazione umana, debole e contraddittoria. Non vi è posto per cose che la legge della chiesa vieterebbe, ma che il confessore o il direttore di coscienza può permettere. Non vi è posto per le mezze verità e le bugie «pietose». Non vi è posto per un peccato che venga riscattato dalle elemosine (le «indulgenze»). In questo campo il cattolicesimo può apparire più accomodante e forse più «umano», ma non stimola le coscienze, non le fa crescere. Risulta perciò poco comprensibile al protestante che il cattolico accetti in ubbidienza che il suo magistero gli vieti comportamenti, per esempio in materia matrimoniale e sessuale, che egli invece poi adotta, senza gravi conflitti, e che, nonostante questo, continui a considerarsi, e ad essere considerato, cattolico e un buon cattolico.

5. Altro interrogativo serio è quello sollevato dal cattolicesimo «popolare», per la disponibilità che il cattolicesimo sembra avere nell'accettare, e inglobare nel suo sistema di credenze, riti e usanze popolari che ben poco hanno a che vedere con l'evangelo di Gesù Cristo. Può trattarsi di tradizioni antichissime, che risalgono al tempo in cui i pagani accettarono di farsi cristiani.... i quali però portarono con sé nella chiesa i loro usi antichi, che fino ad allora erano stati considerati superstiziosi: questo va detto a proposito della venerazione delle reliquie e delle immagini sacre, per le feste dei santi, per i miracoli che le autorità religiose tollerano, per vere e proprie superstizioni popolari, come il miracolo di S. Gennaro a Napoli, o anche la venerazione della Sindone di Torino, o le tante statue di madonne che piangono. Tutto questo non è soltanto estraneo al protestante, ma gli è profondamente incomprensibile, ostico, irritante. Per cui alla fine avviene di chiedersi se in questo modo il cattolicesimo non varchi una soglia estrema, che lo porti fuori del cristianesimo. è- vero che in tempi recenti si è cercato di limitare gli eccessi (anche perché, probabilmente, assistiamo al declino della cultura contadina, dove tali riti erano maggiormente di casa). Ma resta inaccettabile, per il protestante, che, comunque, si cerchi di ricuperare un qualche valore positivo di quella religiosità naturale, attribuendo a queste cose un mal definito valore simbolico, come contenitori di una possibile autentica religiosità cristiana.

6. Altro ostacolo è il richiamo ad una «legge naturale», che dovrebbe aiutare a risolvere questioni etiche complesse, per le quali Bibbia e tradizione non danno indicazioni esplicite e codificate. Sembra talvolta di essere davanti ad un'ideologia della «natura», che viene poi applicata a questioni etiche delicate e controverse, come quelle relative alla contraccezione, alla pianificazione familiare, all'aborto. Non si tratta qui di un vero e proprio dogma, vi sono teologi cattolici che non accettano, o che rielaborano profondamente il richiamo alla «legge naturale»; ma è indubbio che il magistero cattolico, con la sua insistenza su tale legge come fonte di verità (accanto e oltre la rivelazione unica in Gesù Cristo?) crea profondo imbarazzo nei protestanti impegnati nel dialogo ecumenico.

7. Infine, una tradizione di scarsa familiarità con la Bibbia e il suo messaggio, che va di pari passo con una minore importanza attribuita alla ricerca teologica. Qui vi è stata negli ultimi anni una grande svolta, che dà già qualche frutto. Ma le tradizioni sono tenaci e la mentalità di fondo è ancora rimasta largamente quella di una volta, così che il protestante si meraviglia nel vedere quanto deboli e sporadici siano tuttora, soprattutto in alcuni documenti del magistero, i riferimenti biblici. Inoltre, sembra spesso al protestante che la teologia abbia nella chiesa cattolica uno scarso rilievo e un'autorità troppo modesta - rispetto all'autorità del magistero. Viene così a mancare un luogo e delle occasioni per cercare insieme, in un dibattito pubblico e libero, le risposte alle grandi domande che ogni epoca pone alla fede.


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