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LUTERO E LA GRAZIA DI DIO

LUTERO, LE INDULGENZE, IL PERDONO E LA GRAZIA DI DIO

di Franco Maggiotto

LUTERO si era accorto, confessando la gente, delle conseguenze nefaste della predicazione delle indulgenze. Aveva constatato che le accurate e sottili distinzioni dei teologi non valevano nulla nella concreta pratica quotidiana. La gente aveva fiducia nelle indulgenze più che nelle parole bibliche del perdono. La gente si sentiva sicura quando possedeva un'indulgenza, ed è proprio questa sicurezza che Lutero denuncia come falsa sicurezza. Egli muove quattro obiezioni di fondo alle indulgenze.

Prima di tutto, le indulgenze ingannano e illudono i cristiani offrendo loro un cristianesimo facilitato. Già anni prima, nel 1515, Lutero deplorava il fatto che “facilitiamo molto la via al cielo, per mezzo delle indulgenze, per mezzo di facili dottrine”. Ma la via facilitata, aperta dalle indulgenze, è la via larga che conduce alla perdizione. Le indulgenze, che compi pensando che ti portino in cielo, ti portano dritto dritto alla dannazione. Un cristianesimo facilitato non è quello di Paolo, né quello di Gesù.

In secondo luogo, la compravendita delle indulgenze distrugge nella gente il timor di Dio. Già nel 1514, commentando il versetto 17 del Salmo 66, Lutero scriveva: “Le sottigliezze dei tomisti, scotisti e di altri teologi mi sono venute così in odio perché esse trattano senza timore il santo Nome di Dio, secondo il quale siamo segnati e alla presenza del quale cielo, mondo e inferno tremano ... ”. Ecco il paradosso, ecco la crisi che ha nel commercio delle indulgenze la sua cartina di tornasole: la religione va a gonfie vele ma l'onor di Dio è messo sotto i piedi. C'è molto culto di Dio e poco timor di Dio. La Chiesa non è più la casa ma lo spaccio di Dio, un Dio venduto a poco prezzo, offerto in liquidazione, che nessuno prende più veramente sul serio, né quelli che “vendono” né quelli che “comprano”. L'indulgenza, che doveva pro muovere le buone opere, diventa essa stessa l'opera che occupa un posto tale da mettere in ombra la fede stessa. Invece di essere espressione della fede, ne diventano un surrogato. E dove svanisce la fede, svanisce il timor di Dio.

In terzo luogo, le indulgenze deformano la comprensione e l'annunzio dell'Evangelo. L'Evangelo, secondo Lutero, è la giustificazione dell'empio, il perdono gratuito e incondizionato dei peccatori. L'indulgenza reintroduce nel processo del perdono l'idea di una condizione posta al suo conseguimento: c'è una pena temporale da espiare, tu la devi espiare, il perdono di Dio sarà pienamente operante solo se ci sarà questa espiazione che l'indulgenza può aiutarti a compiere. Ma Dio, quando perdona, cancella tutto: colpa e pena.

Cancellando anche la pena, l'indulgenza non ha più ragion d'essere, è diventata superflua. Il perdono di Dio si ottiene unicamente e totalmente mediante la fede. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace”, dice Gesù alla donna dal flusso di sangue (Mc. 5, 34). Nell'atto di fede si compie ogni cosa: liberazione dalla colpa e dalla pena. Non hai più debiti, perché tutto è stato pagato, tutto è stato rimesso: i 10.000 talenti che, secondo la parabola di Gesù, il servitore doveva al re: “Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito” (Mt. 18, 27). Dio, insomma, non pone condizioni, il suo perdono è gratuito e incondizionato. La Chiesa pone delle condizioni: “Sei perdonato dice a patto che, a condizione che tu faccia questo o quest'altro”. La Chiesa non riflette quindi la realtà di Dio, non è specchio ma schermo. E le indulgenze sono uno dei modi con i quali questa immagine deformata di Dio giunge al popolo.

In quarto luogo, infine, le indulgenze alterano la comprensione che la Chiesa ha di se stessa. Essa si presenta come una ricca possidente che ha in mano quello che viene chiamato il “tesoro della Chiesa”, costituito dai meriti di Cristo e dei santi. Lutero obietta: a) i meriti di Cristo non aspettano certo l'amministrazione delle indulgenze per dispiegarsi a favore dei peccatori pentiti; essi sono operanti nell'annuncio di Cristo, predicare Cristo significa predicare i suoi meriti, credere in Cristo significa credere nei suoi meriti, ottenuti davanti a Dio per noi che non ne abbiamo; b) i meriti dei santi, se ci sono, non possono essere supererogatori, cioè in eccesso rispetto a quelli di cui ciascuno ha bisogno. Nessun santo è tanto santo che non abbia anche lui bisogno che Cristo venga a coprire la sua nudità con il manto della sua giustizia. Nessun santo è tanto santo da non dover essere anche lui salvato per grazia, per pura grazia; c) “il tesoro della Chiesa”, quindi, è costituito soltanto dai meriti di Cristo, ma i meriti di Cristo sono spesi (per così dire) o investiti ogni qualvolta lo si annuncia, ogni qualvolta si pronuncia il suo nome. Pertanto il vero tesoro della Chiesa, come dice Lutero nella Tesi 62, “è il sacrosanto Evangelo della gloria e della grazia di Dio”.

Quale pentimento per quale perdono

Come contributo a proposito di perdono e pentimento è illuminante una parte di una lettera scritta l'8 aprile 1516 da Lutero al suo confratello Georg Spenlein, monaco agostiniano come lui.

“Desideravo ardentemente sapere, inoltre, a che punto è l'anima tua e se essa, disgustata infine della propria giustizia, sta imparando a respirare nella giustizia di Cristo e a confidarsi in questa. Difatti nella nostra epoca la tentazione della presunzione arde nel cuore di molte persone, e in particolare di quelli che cercano con tutte le loro forze di diventare buoni e giusti. Ignorando la giustizia di Dio che ci è data abbondantemente e gratuitamente in Cristo, cercando di compiere da sé le buone opere, fino a che sono certi di comparire, davanti a Dio adorni delle loro virtù e dei loro meriti; ma questo è impossibile. Anche tu hai condiviso questa opinione, o meglio, questo errore, quand'eri con noi; anch'io l'ho condivisa; ora combatto questo errore, ma non l'ho ancora vinto. Mio caro fratello, impara dunque a conoscere Cristo, e Cristo crocifisso; impara a cantare le sue lodi, a disperare di te stesso e a dire: "Tu, Signore Gesù, sei la mia giustizia, ma io sono il tuo peccato; tu hai preso su di te ciò che era mio, e mi hai dato ciò che io non ero". Bada, mio caro fratello, che non ti accada un giorno di aspirare alla purezza tanto da non essere più disposto a vedere in te il peccatore, per quanto tu lo sia. Difatti, Cristo abita soltanto presso i peccatori... Troverai pace solo in lui dopo aver disperato di te stesso e delle tue opere”.

“Cristo abita solo presso i peccatori”. Questa è la verità centrale della comprensione evangelica del cristianesimo, che possiamo affiancare alla frase che Lutero scrisse a Melantone: “Dio non salva peccatori immaginari”. Se non sai che cosa vuol dire “peccato”, non saprai mai che cosa significa “perdono”. Alla luce della frase,“Cristo abita solo presso i peccatori”, succederà forse che non sappiamo più se prima viene il pentimento e poi il perdono, o se invece prima viene il perdono e poi il pentimento, o se perdono, e pentimento vengono insieme, sono come le due facce di una stessa e unica medaglia. È vero che, logicamente, il pentimento precede il perdono, ma è anche vero che, dopo il perdono, è come se avvenisse un secondo pentimento, più profondo, più radicale, più consapevole. Ci pentiamo prima e ci pentiamo dopo, più a fondo. Non è la misura del pentimento che determina la misura del perdono ma, al contrario, è la misura del perdono che determina la misura del pentimento. Ed ecco allora la verità ultima della nostra vita: siamo più perdonati che pentiti, il perdono è più grande del pentimento. Nessun pentimento è grande come il perdono.

Il perdono dei peccati è il più grande mistero che ci sia in cielo e sulla terra. E anche il più grande miracolo. Nessuno può capire veramente e fino in fondo che cosa significhi questa parola, perdono, e questo verbo, perdonare. È sicuramente il più grande atto di libertà che sia possibile e non c'è nessuna realtà così generatrice di libertà come il perdono, così come accettare il perdono, ricevere il perdono, è una specie di nuova nascita della persona. Nulla nel mondo, nulla nella vita ci porta così vicino a Dio come il perdono. Anzi, l'esistenza del perdono è, a mio giudizio, l'unica vera prova dell'esistenza di Dio.


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